AFFINCHÉ TUTTI LO SAPPIANO, Daniel Hernández-Salazar

Nel Museo in Trastevere di Roma, fino all’8 settembre, sarà possibile visitare la mostra fotografica del guatemalteco Daniel Hernández-Salazar. Già il titolo della personale, So That All Shall Know/Para que todos lo sepan, lascia immediatamente intendere una forte denuncia degli spaventosi avvenimenti che hanno sconvolto il Guatemala fin dalla seconda metà del secolo scorso. Lacrime, dolore e morte – in un forte e continuo contrasto con la vita – emergono lapidarie e scioccanti in moltissimi scatti, insieme però ad una speranza di combattere, denunciare le aberrazioni di quello che a tutti gli effetti l’autore sottolinea esser stato un genocidio. Figli di vittime innocenti con in mano le fotografie dei padri uccisi come dei santini votivi, repressioni violente contro i campesinos, vedove di campesinos uccisi immortalate nel corso delle sepolture dei propri cari. Ogni scatto pesa come un macigno, con la volontà di restare impresso nella mente dello spettatore. Al lavoro di fotoreporter si unisce poi la volontà di riflettere e far conoscere quello che è accaduto, per tener viva la memoria di dolore, ma soprattutto per una necessità di ribellione e lotta alle ingiustizie. Vediamo allora anche la coraggiosa marcia della popolazione il 28 aprile 1998 in seguito all’assassinio di Monsignor Gerardi, che aveva denunciato i crimini dell’esercito; i sacerdoti maya che benedicono i resti di una tomba clandestina, come a voler dare legittimità alle sepolture celate; l’ex capo di stato, il generale Efraín Ríos Montt, piccolissimo e all’apparenza finalmente innocuo, in balia di una folla di giornalisti che quasi lo fagocita, mentre ascolta la sua condanna per crimini contro l’umanità e genocidio; il coraggio che migliaia di persone trovano nel 2015 a manifestare, infrangendo il silenzio dopo anni di gravi repressioni interne, contro il presidente Otto Pérez. Hernández-Salazar compone e unisce tasselli degli ultimi sessant’anni della storia di un paese lontano, la storia di un genocidio da molti dimenticato e tendenzialmente poco noto, quasi a voler ricordare che la lotta per il rispetto dei diritti umani deve andare avanti. I colori brillanti dei tessuti tipici, fucsia e rossi accesi, si mescolano al grigio della sofferenza. Non parlo, non vedo, non sento: le scimmie sagge sono rimpiazzate in un polittico fotografico (1998) da un angelo guatemalteco con ali fatte di ossa, a rappresentare le più di 43.000 vittime del massacro intestino, nell’opera Esclarecimiento  ; la particolarità di questa sequenza però è nell’ultimo riquadro, in cui finalmente, invece, l’angelo sceglie di urlare a tutti la realtà dei fatti, con le mani questa volta simili a un megafono. L’autore sceglie quindi anche il progetto di un’ istallazione pellegrina, per portare avanti il suo messaggio: l’angelo meticcio che grida, icona di verità e giustizia, compare a poco a poco in più di 30 luoghi in Guatemala, dal quartier generale dell’esercito agli uffici dello Stato Presidenziale Maggiore. L’angelo che rompe il silenzio, una muta figura di street art che osserva silente la vita andare avanti, ricordando però l’importanza del passato, viene inizialmente staccato dai muri dalle autorità. Il progetto prosegue e la figura compare in altri luoghi di dolore e massacro: tra tante pareti, lo vediamo testimone silenzioso a Sarajevo, Tuzta (Bosnia-Erzegovina), Hiroshima e Auschwitz. Quasi a ricercare un paragone con la denuncia sottointesa in Guernica, Hernández-Salazar affigge l’angelo a Chicago, proprio sopra una scultura di Picasso. La mostra non intende infatti soffermarsi sulla decennale carriera di fotografo di Hernández-Salazar, quanto piuttosto far conoscere in tutto il mondo la situazione del suo paese, offrendo immagini tanto di dolore quanto di coraggio.

Alessandra Iapadre

L'AMORE VISTO DAI GRANDI ARTISTI – In apertura a Roma

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La Capitale si prepara a ospitare una grande mostra, che avrà luogo nelle sale del Chiostro del Bramante a partire dal prossimo 29 settembre.

Intitolato “Love. L’arte contemporanea incontra l’amore”, sarà questo un evento che metterà a confronto, per la prima volta tutti insieme a Roma, grandi nomi dell’arte contemporanea italiana e internazionale, visti ora sotto una luce diversa: il loro modo di interpretare l’amore.

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L’allestimento, a cura di Danilo Eccher, sarà incentrato sul valore percettive delle opere e sulla loro forza comunicativa, che nella mostra dovrà saper coinvolgere emotivamente il pubblico. Ma il pubblico sarà coinvolto anche in maniera più diretta grazie all’ausilio della tecnologia: il visitatore è invitato a scattare delle foto e condividerle sui social network con l’hashtag  #chiostrolove.

Tra gli artisti in mostra Robert Indiana, Vanessa Beecroft, Francesco Clemente, Tracey Emin e Francesco Vezzoli. 

 

LOVE. L’ARTE CONTEMPORANEA INCONTRA L’AMORE

29 settembre 2016 – 19 febbraio 2017

a cura di Danilo Eccher

Chiostro del Bramante

Roma

ASIA CONTEMPORARY ART WEEK – NEW YORK APRE IN GRANDE LA N. 11

Una perfomance tratta dalla scorsa edizione
Una perfomance tratta dalla scorsa edizione

 

Avrà luogo dall’8 settembre al 18 novembre quella che si prospetta come la più vasta edizione della Asia Contemporary Art Week (ACAW). Ospitata negli spazi della Grande Mela, quest’anno l’evento vedrà la partecipazione di numerosi stati provenienti dall’Asia e dal Medio Oriente, contando oltre 200 artisti fra cui una crescente presenza femminile.

Pittura, scultura, installazioni e performance animeranno New York con una serie di mostre in musei e gallerie, che vedranno protagonisti artisti affermatiParajumpers Herren ed emergenti, tra i più interessanti del panorama contemporaneo asiatico. Temi centrali di questa edizione saranno quelli legati ai tragici fatti che stanno sconvolgendo soprattutto i territori mediorientali come guerre e terrorismo, ma anche altre catastrofi legate all’ambiente che coinvolgono maggiormente paesi Parajumpers Outlet come ad esempio il Giappone.

L’Asia Contemporary Art Week giunge quest’anno alla sua undicesima edizione ed è curata da Leeza Ahmadi.

AFFINCHE TUTTI LO SAPPIANO.DANIEL HERNANDEZ-SALAZAR A ROMA

 

Daniel Hernández-Salazar

 

Nel Museo in Trastevere di Roma, fino all’8 settembre, sarà possibile visitare la mostra fotografica del guatemalteco Daniel Hernández-Salazar. Già il titolo della personale, So That All Shall Know/Para que todos lo sepan, lascia immediatamente intendere una forte denuncia degli spaventosi avvenimenti che hanno parajumpers damen sconvolto il Guatemala fin dalla seconda metà del secolo scorso. Lacrime, dolore e morte – in un forte e continuo contrasto con la vita – emergono lapidarie e scioccanti in moltissimi scatti, insieme però ad una speranza di combattere, denunciare le aberrazioni di quello che a tutti gli effetti l’autore sottolinea esser stato un genocidio. Figli di vittime innocenti con in mano le fotografie dei padri uccisi come dei santini votivi, repressioni violente contro i campesinos, vedove di campesinos uccisi immortalate nel corso delle sepolture dei propri cari. Ogni scatto pesa come un macigno, con la volontà di restare impresso nella mente dello spettatore. Al lavoro di fotoreporter si unisce poi la volontà di riflettere e far conoscere quello che è accaduto, per tener viva la memoria di dolore, ma soprattutto per una necessità di ribellione e lotta alle ingiustizie. Vediamo allora anche la coraggiosa marcia della popolazione il 28 aprile 1998 in seguito all’assassinio Parajumpers Parka di Monsignor Gerardi, che aveva denunciato i crimini dell’esercito; i sacerdoti maya che benedicono i resti di una tomba clandestina, come a voler dare legittimità alle sepolture celate; l’ex capo di stato, il generale Efraín Ríos Montt, piccolissimo e all’apparenza finalmente innocuo, in balia di una folla di giornalisti che quasi lo fagocita, mentre ascolta la sua condanna per crimini contro l’umanità e genocidio; il coraggio che migliaia di persone trovano nel 2015 a manifestare, infrangendo il silenzio dopo anni di gravi repressioni interne, contro il presidente Otto Pérez. Hernández-Salazar compone e unisce tasselli degli ultimi sessant’anni della storia di un paese lontano, la storia di un genocidio da molti dimenticato e tendenzialmente poco noto, quasi a voler ricordare che la lotta per il rispetto dei diritti umani deve andare avanti. I colori brillanti dei tessuti tipici, fucsia e rossi accesi, si mescolano al grigio della sofferenza. Non parlo, non vedo, non sento: le scimmie sagge sono rimpiazzate in un polittico fotografico (1998) da un angelo guatemalteco con ali fatte di ossa, a rappresentare le più di 43.000 vittime del massacro intestino, nell’opera Esclarecimiento  ; la particolarità di questa sequenza però è nell’ultimo riquadro, in cui finalmente, invece, l’angelo sceglie di urlare a tutti la realtà dei fatti, con le mani questa volta simili a un megafono. L’autore sceglie quindi anche il progetto di un’ istallazione pellegrina, per portare avanti il suo messaggio: l’angelo meticcio che grida, icona di verità e giustizia, compare a poco a poco in più di 30 luoghi in Guatemala, dal quartier generale dell’esercito agli uffici dello Stato Presidenziale Maggiore. L’angelo che rompe il silenzio, una muta figura di street art che osserva silente la vita andare avanti, ricordando però l’importanza del passato, viene inizialmente staccato dai muri dalle autorità. Il progetto prosegue e la figura compare in altri luoghi di dolore e massacro: tra tante pareti, lo vediamo testimone silenzioso a Sarajevo, Tuzta (Bosnia-Erzegovina), Hiroshima e Auschwitz. Quasi a ricercare un paragone con la denuncia sottointesa in Guernica, Hernández-Salazar affigge l’angelo a Chicago, proprio sopra una scultura di Picasso. La mostra non intende infatti soffermarsi sulla decennale carriera di fotografo di Hernández-Salazar, quanto piuttosto far conoscere in tutto il mondo la situazione del suo paese, offrendo immagini tanto di dolore quanto di coraggio.

 

Alessandra Iapadre

PITTURA ANALITICA: RACCONTO DI UNA GRANDE ARTE ITALIANA

Giorgio Griffa
Giorgio Griffa

 

Gli anni Sessanta, com’è noto, rappresentano una delle grandi fratture del Novecento: le correnti concettuali e minimaliste obbligano l’artista al ripensamento totale di un modus operandi ormai inadeguato, spinto in particolare dalle istanze legate a un disastroso dopoguerra.
Alla freddezza di questo approccio, che vuole l’arte come azione che superi il processo pittorico per esaurirsi in una negazione di esso, si opporrà in Italia il movimento della Transavanguardia in cui Sandro Chia, Mimmo Palladino, Francesco Clemente, Enzo Cucchi e Nicola de Maria, supportati da Bonito Oliva, negli anni Ottanta si faranno promotoriparajumpers parka herren di un ritorno alla pittura nella sua forma più tradizionale, spirituale e figurativa.

E’ dunque in questo spazio, in quel decennio che oscilla dalla cancellazione della pittura e un prepotente ritorno a essa nella sua accezione più classica, che si inserisce questa “via di mezzo”, non un movimento, non una corrente, bensì un pensare comune di una manciata di artisti che

partirono proprio dal mezzo pittorico per attuarne la loro rivoluzione.

La Pittura Analitica non è altro che questo, un tornare a qualcosa di tradizionale come la pittura ma con una consapevolezza nuova, innovatrice. E

Paolo Cotani
Paolo Cotani

dunque è la pittura che torna protagonista, ma stavolta non in un suo risultato, che cerca la forma e l’esito finale, ma nel gesto stesso dell’artista che sperimenta le infinite possibilità del colore, del supporto e del procedimento. Si potrebbe dire che con la Pittura Analitica si ambisce al raggiungimento di una pittura pura e in questo modo aperta all’infinito.

I nomi più noti, che oggi grazie a un ritrovato interesse del collezionismo e della critica sono divenuti più che familiari, non sono moltissimi, anche se l’approccio analitico è divenuto un filone comuneParajumpers herren anche a molti emergenti, o ad artisti che già negli anni Settanta non vengono esplicitamente classificati come analitici, ma vi passano indirettamente. Claudio Verna, Giorgio Griffa, Gianfranco Zappettini, Enzo Cacciola, Paolo Cotani, Elio Marchegiani, Pino Pinelli, Riccardo Guarneri, Claudio Olivieri e ancora Paolo Masi e Carlo Battaglia cavalcano oggi il loro periodo d’oro, anche se la loro riscoperta spesso si concentra più sui lavori storici che sulle stagioni più recenti, comunque di altissimo livello.

 

I celebri monocromi di Pino Pinelli  (dal sito dell'artista)
I celebri monocromi di Pino Pinelli
(dal sito dell’artista)

Dalle bende di Paolo Cotani alle grammature di Elio Marchegiani, dai monocromi fortemente materici di Pino Pinelli alle trame di Gianfranco Zappettini, ognuno di questi artisti ha affrontato la pittura con un tratto distintivo che li rende identificabili, nonostante la grande somiglianza di alcuni. Esemplari sono i segni elementari di Giorgio Griffa, che forse tra gli altri ha goduto – e gode ancora- di un peso maggiore. I suoi lavori sono di una raffinatezza estrema, poetici nella loro delicatezza, musicali nella loro sospensione. La tela, mai una tela tradizionale ma sempre canapa o juta appesa direttamente a muro, accoglie colorati brani scanditi da un loro ritmo interno, sempre simmetrico e mai concluso.

Forse l’amore per la Pittura Analitica rinato in questi ultimi anni trova spazio in una nuova stagione di interesse per gli anni Settanta, che ciclicamente negli ultimi decenni sono tornati nella nostra cultura in varie forme, non solo artistiche, ma anche di usi e costumi. Nel caso della Pittura Analitica, non possiamo che godere di questa nuova ondata che sta offrendo l’opportunità di visitare mostre e scoprire opere per un lungo periodo messe da parte.

Una delle grammature di Elio Marchegiani
Una delle grammature di Elio Marchegiani

JEFF WALL SI UNISCE AL TEAM GAGOSIAN

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Grande colpo per una delle gallerie più note del panorama contemporaneo. La Gagosian Gallery di New York ha infatti da poco annunciato che lo star artist canadese Jeff Wall è entrato a far parte della sua scuderia.

Wall è attivo ormai dagli anni Settanta, ma è noto principalmente per le sue messe in scena fotografiche: ogni scatto è infatti risultato di un set che pare più uno studio cinematografico che un set fotografico.

 

 

 

CARL ANDRE, IL MAESTRO DEL MINIMALISMO A BERLINO

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Ultimo mese per visitare la mostra in corso dallo scorso maggio all’Hamburger Bahnhof Museum di Berlino, dedicata a uno dei grandi maestri del Minimalismo americano: Carl Andre.

Una dettagliata retrospettiva ripercorre oltre cinque decenni di lavoro, dalla fine degli anni Cinquanta al 2010, proponendo una visione ampia che spazia dalla scultura alle poesie, fino a una serie di fotografie.

Nella grande sala del museo berlinese il visitatore ha l’opportunità di trovarsi vis-à-vis con delle opere che non sono fatte per essere guardate, ma di

Carl Andre, uno dei famosi MetalPlace
Carl Andre, uno dei famosi MetalPlace

cui va fatta esperienza in prima persona. Le grandi installazione da pavimento ad esempio sono pensate per camminarvi sopra e interagire con esse e con lo spazio circostante.  Tutto il lavoro di Andre (Quincy – 1935) ruota intorno al concetto di scultura come elemento primario che ha senso solo nel dialogo con l’ambiente che la accoglie: serie come Equivalent, Element Structures o ancora Metalplaces offrono la possibilità di instaurare una nuova relazione con lo spazio, volta a sostituire quella con una spiritualità ormai superata.

La mostra, intitolata Carl Andre: Sculpture as Place 1958 – 2010, presenta oltre trecento lavori dell’artista americano fra cui anche duecento poemi composti nella prima fase della sua carriera, ma anche numerose installazioni dalle quali emerge, oltre al già citato rapporto con lo spazio e all’assenza di una matrice spirituale, il carattere industriale e seriale della sua ricerca, che rafforza la freddezza di queste sculture tipica del Minimalismo americano.

 

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INFORMAZIONI

Carl Andr: Sculpture as Place. 1958 – 2010

05/05/2016 – 18/09/2016

Hamburger Bahnhof. Berlin

A cura di: Lisa Marei Schmidt

LA TECNOLOGIA RISCOPRE PIERO DELLA FRANCESCA

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Ad Arezzo il genio di Piero Della Francesca incontra la tecnologia per una esperienza che coniuga presente e passato. E’ stato appena aperto infatti il museo sensoriale, attraverso il quale si potrà fruire dell’opera dell’artista in ben 190 mq di allestimento, che darà l’opportunità al visitatore di analizzare anche i dettagli più minuti dei capolavori di Piero.

Situato nella Galleria Bruschi, questo particolare museo nasce per celebrare i seicento anni dalla nascita del genio di Sansepolcro.

MARCEL DUCHAMP: NUDO CHE SCENDE LE SCALE (Nu descendant un escalier)

Marcel Duchamp, Nudo che scende le scale
Marcel Duchamp, Nudo che scende le scale

 

 

Dopo Pablo Picasso, l’artista che nel Novecento è considerato il più grande innovatore  in ambito artistico è probabilmente Marcel Duchamp. Il Nudo che scende le scale (Nu decendant un escalier) è una delle testimonianze di come l’artista francese abbia avviato un superamento non solo dei canoni più tradizionali, ma anche delle contemporanee avanguardie europee.

L.’opera viene realizzata tra il 1912 e il 1916. Come spiega il titolo, rappresenta un nudo intento a scendere una scalinata, di cui però non riusciamo a individuare i tratti né il sesso,  le informazioni ci vengono fornite dalla didascalia scritta in basso a sinistra, senza la quale non riusciremmo a distinguere neanche l’azione compiuta da questo corpo. Dunque il compito è affidato al nostro intuito e al nostro occhio, che devono ricomporre l’intere scena.

Nel dipinto l’artista parte da due presupposti: il Cubismo e la tecnologia. Nel Nudo che scende le scale Duchamp eredita dal movimento cubista la scomposizione per piani, ma nello stesso tempo prende le distanze dal Cubismo analitico di Picasso e Braque considerato troppo statico. Così, in questo lavoro viene introdotto un nuovo modo di scomporre la figura, che viene sezionata e scombinata per essere poi ricomposta nel suo dinamismo, in un movimento che non si esaurisce mai. E questo movimento porta all’altro fattore decisivo trattato da Duchamp nell’opera, ovvero quello tecnologico: la meccanicità dell’azione ripetuta da questo corpo che scende (ma che potrebbe anche salire) le scale, un essere vivente che nel suo gesto assume il carattere di una macchina, la rappresentazione insomma di un momento di vita quotidiana che assume i connotati di un marchingegno, sostituendo la rappresentazione del sentimento.

Potremmo dunque affermare che, oltre a mettere in crisi l’estetica cubista allora in voga, con Il Nudo che scende le scale Marcel Duchamp compie un ulteriore passo verso un’arte sempre più testimone del suo tempo, indagando le conseguenze della tecnologia applicata all’essere umano in un momento storico in cui la società si affacciava al mondo della macchina. Non è quindi un caso che Duchamp arrivò negli Stati Uniti attraverso quest’opera, nel paese in cui proprio la tecnologia aveva conosciuto il suo maggior sviluppo.